Da quando sono tornata a casa un'ondata di esecrazione si è abbattuta sulla Gamelli family e sulla sottoscritta in particolare.
Giuro, non vedevo tanto biasimo dai tempi precedenti il primo Natale del mio diletto terzogenito quando, in un forum, avevo incautamente dichiarato in pubblico, che non avrei acquistato per JF un calendario dell'avvento come quello del Vic e men che meno ne avrei faticosamente ricamato uno a mano come quello di Leli, ma avrei (in futuro per carità) appeso al muro un sacchetto IPERCOOP ove avrebbe potuto ritirare le sue spettanze prenatalizie. I motivi di tale scelta erano essenzialmente due: il calendario dell'avvento a casa nostra non serve, visto che Babbo natale deve comunque mettere un regalino al giorno, datosi che la temperanza non è la virtù principale dei Gamellini e anche perché, diciamocelo, le velleità artistiche, le risorse economiche e di tempo e la volontà di darsi al bricolage sono inversamente proporzionali al numero di figli.
Nonostante la mia difesa , a mio parere precisa e circostanziata, la condanna fu unanime.
Qui intervenne la mia carissima amica Fran che, provata da un passato da terzogenita, rievocando un'infanzia fatta di Barbie con i capelli rasati, vestiti dei colori preferiti da sua sorella e asciugamani dell'asilo con cifre scritte con il pennarello, decise che si sarebbe battuta in prima persona per la serenità di JF e mi spedì, dagli Stati Uniti, un meraviglioso calendario dell'avvento autoprodotto, come i suoi fratelli mai si erano neanche sognati.
Trovo che questo episodio sia estremamente significativo e illustri alla perfezione la parabola del terzogenito. Si è sempre in bilico tra l'essere ignorati e il ricevere molto più degli altri, in un continuo girotondo di alti e di bassi.
Questa volta invece si parlava di compleanni.
"Ho visto il post dedicato a Leli e il racconto del compleanno di Vic. E JF?"
"Per Leli festa in casa, per Vic picnic sulla spiaggia e il povero JF? Gli avete almeno comprato una tortina del Mulino Bianco?"
Queste le domandi più ricorrenti mentre, in sottofondo, potevo benissimo sentire la musichetta straziante del film 'Incompreso".
Ancora una volta voglio rassicurarvi. JF ha regolarmente compiuto cinque anni e all'avvenimento è stato dato il giusto peso.
In mattinata è andato anche lui al negozio di giocattoli francese ove ha potuto rimpinguare la dotazione di playmobil e di sera ha festeggiato con i nostri amici milanesi.
Visto che, dopo la prima metà di agosto, pare un pochino azzardato un pic nic marittimo abbiamo optato per un bellissimo parco che si trova nelle vicinanze: Base Nature.
Quest'area è un'ex base militare riconvertita in parco.
Al suo interno ospita numerose attività ed è il nostro più grande tormentone estivo. Potessero i miei figli snobberebbero continuamente il mare in suo favore.
"Andiamo sui monopattini!", "Affittiamo le bici", "Facciamo il percorso ginnico", "Vogliamo fare una partita di beach volley", insomma tutte le scuse sono buone per richiedere a gran voce una sortita verso la base e un frantumamento delle scatole della sottoscritta.
Quindi rassicuro tutti, JF ha avuto una bellissima festa ed è stato lungamente invidiato dai suoi fratelli.
Il fatto che trovi la forza di accennarne solo ora fa parte degli oneri dell'essere un terzogenito...
lunedì 29 settembre 2014
venerdì 26 settembre 2014
Di au pair e di meteore.
Allora...è arrivata la Numero Dieci.
Allora...è ripartita la Numero Dieci!
Parrebbe la normale parabola di una qualsiasi au pair...ma attenzione! Ho l'onore di annunciarvi che siamo di fronte a un record mondiale! Un primato degno di essere omologato negli annali della storia delle host mum.
Vediamo come sono andate le cose.
Giovedì 11 settembre definisco gli ultimi accordi con la Numero Dieci, au pair inglese.
Fissiamo l'appuntamento all'aeroporto, le fornisco il mio cellulare in caso di emergenza , la ragguaglio sul clima italiano e la intervisto sulle sue eventuali allergie ed idiosincrasie alimentari.
Sul fronte domestico drappeggio lenzuola profumate nel suo letto, dispongo cioccolatini nella ciotolina di cristallo sul suo cassettone, lavo i pavimenti con detergente alla lavanda, provvedo asciugamani ed accappatoio intonsi e profumati di sciacquamorbido e bagnoschiuma con plurimi aromi nel suo bagno.
Prendo accordi con mio padre perché intrattenga la frangia più giovane (e rompiscatole) del trittico, in modo da accogliere l'attesissima au pair in un clima zen di pace e convivialità.
Il trittico, neanche eccessivamente sollecitato, prepara un bellissimo cartellone di benvenuto dove, su sfondo giallo paglierino e bordo istoriato a dinosauri, spicca in rosso il nostro più sentito welcome.
La casa trabocca di materiale didattico; il viaggio in Irlanda ci ha fruttato un metro cubo di libri, quaderni operativi, flash cards, stickers e DVD.
Insomma, mi pare di non aver trascurato niente.
Venerdì 12 settembre, alle ore undici spaccate io e Leli (la più presentabile dei miei figli) attendiamo impazienti dinnanzi all'uscita dei voli internazionali.
Alle dodici finalmente la fanciulla esce e sorride vedendo il cartellone recante il suo nome. Ci salutiamo cordialmente, mi carico di una parte del suo bagaglio e ci appropinquiamo al parcheggio. Incredibilmente avevo trovato posto nell'area più comoda, altrettanto incredibilmente non avevo scordato la necessaria dotazione di spiccioli per poter uscire, in tempo ragionevolmente utile, dal succitato parcheggio.
Vabbè, come il 99% delle volte mi perdo, imbocco l'uscita sbagliata dell'aeroporto e vago per le amene valli di Lanzo per un'oretta abbondante.
Direi però che, tutto sommato, la cosa possa essere rubricata sotto "aneddotica senza importanza!
Durante il viaggio illustro alla Number Ten le regole di casa nostra e fantastico di tutte le meravigliose attività che potrà intraprendere con i bimbastri.
Arriviamo a casa e veniamo travolte dai boys e dalla loro irruenza.. La vedo molto intimidita ma so che spesso il primo impatto è difficile e non ci faccio eccessivamente caso.
Dopo il pranzo la ventunenne, che dovrebbe portare decoro e conoscenze linguistiche alla nostra famiglia, si ritira nei suoi alloggiamenti e non ne riemerge più.
Alle 19.30 la chiamiamo per la cena. Sopraggiunge intanto il Pan che la saluta (per i suoi standard molto calorosamente) e le pone qualche generica domanda.
La cena è un compendio di ciò che i miei tre figli possono combinare. Leli è lagnosa, Vic più bizzarro del solito e JF rumorosamente insopportabile. Come tutti i plurimi genitori siamo abbruttiti ed assuefatti ma, al decimo maialesco grugnito del terzogenito, pure il Pan perde la pazienza e pianta un urlo.
Siamo alla decima au pair, quindi ormai avvezzi ad ogni sorta di esternazione, ma rimaniamo comunque di stucco, la Number Ten piange lacrime copiose, ci guarda sconsolata ed esplode in un (devo dire non immotivato) "You are so loud!
Ehm in effetti si, cara. Certo che se volevi silenzi rilassanti, imperturbabile tranquillità, quiete adamantina, pace duratura, sei capitata decisamente nel posto sbagliato.
Spossati dalla cena e dalle intemperanze di JF andiamo tutti a dormire.
Il giorno seguente decido di impegnarmi per metterla a suo agio approfittando della giornata prefestiva. Ho visto su Facebook che, per problemi di organizzazione del viaggio, la notte precedente alla partenza non aveva dormito e quindi imputo a questa circostanza il momento di crisi.
Mi adopero quindi per un approccio soft. La porto all'ipermercato in cerca del materiale scolastico per i bimbastri in compagnia di Leli. In effetti mi pare che il rapporto tra le due stia timidamente decollando (certo non è una grande oratrice) e mi convinco di aver fatto la scelta corretta. Dopo pranzo (e a proposito, costei non mangia carne di vitello, carne tritata di nessun tipo, frutti di mare, funghi e formaggio), invito Leli ad accompagnarla in un giro panoramico per la nostra cittadina. Rincasano dopo quassi tre ore, entrambe sorridenti, e mi persuado di aver avuto ragione nel rispettare i suoi ritmi.
Il sabato è, per inciso, anche il giorno del mio compleanno e il Pan ed io usciamo in serata, per festeggiare. Per un momento siamo anche tentati di trascinarcela dietro ma poi soprassediamo (e sarà l'unico elemento che ci conforterà nei giorni successivi).
Durante la cena vengo raggiunta da un messaggio di un'energica host mum (detta l'ispettor Emme per il suo indubbio acume investigativo).
La mia amica mi invita a prendere visione di un post, pubblicato da pochi minuti, sulla pagina delle host mum. Non ho un piccì a disposizione ma mangio immediatamente la foglia e chiedo se vi sia qualche sentore che la Numero Dieci voglia darci il benservito.
La mia amica non può che confermarmi che il sospetto è fortissimo. In effetti arrivata a casa rilevo che un'au pair, con il medesimo nome di battesimo della mia, al suo SECONDO giorno in Italia, desidera spaziare verso nuovi lidi per manifesta incompatibilità con la famiglia. Scrivo alla la host mum contattata e lei mi rivela che, la numero Dieci, alle ore sette della sera precedente (quindi prima di cena) aveva espresso il suo malcontento rilevando che i boys litigavano continuamente e l'host dad (l'ignaro Pan, ancora saldamente ancorato alla sua scrivania a dieci km da casa) non le rivolgeva la parola.
Ormai è tardi quindi rimando le spiegazioni al giorno successivo. Onestamente ritengo di aver già avuto fin troppa pazienza e, vista anche la silenziosità della ragazza, (peccato mortale per un'au pair) penso che mi priverò del suo apporto senza eccessivi rimpianti.
Sulla pagina delle host families intanto esplodono biasimo e solidarietà. Il giorno successivo ospiteremo a pranzo proprio l'ispettor Emme e la di lei famiglia (cinque pure loro) e un vulcanico host dad siciliano ci invita a fare karaoke, concerti con pentole e coperchi, organizzare un partitone gigante a fazzoletto con gli infanti, dibattere con i vicini juventini del prossimo campionato, far sedere allo stesso tavolo un renziano e un grillino, ospitare nel nostro cortile un bel confronto sulla Tav, insomma a industriarci per far definitivamente saltare i nervi alla labile inglesina.
Nonostante la delusione devo dire che l'ilarità predomina, l'idea di aver battuto il record nella specialità "permanenza dell'au pair" mi solletica non poco.
La domenica mi alzo presto (ehm per i miei parametri) per preparare le saporite vivande che rallegreranno il nostro desco (una torta salata e bruschette, il Pan griglierà un brontosauro) e vengo immediatamente affiancata dalla Numero Dieci.
Ecco, solo osservandola mi accorgo che ha la tipica faccia da nonno.
Qui devo fare un passo indietro. Quando un'au pair, per svariati e non sempre contestabili motivi, vuole finire anzitempo la sua esperienza, una delle scuse statisticamente più usate è quella della malattia o, nei casi più drastici, la morte di un congiunto. Sempre statisticamente parlando, uno dei parenti più a rischio risulta essere proprio il nonno.
L'ispettor Emme stessa ne ha avuta una che, dopo essersi presentata in lacrime piangendo la dipartita dell'avo, è stata monitorata sulla sua pagina Facebook dove risultava, invece che in gramaglie alle esequie del defunto, pimpante e reattiva in quel di Venezia. L'ispettor Emme, mamma di squisita ospitalità ma di raffinata perfidia, senza fare un plissé inviò una commoventissima lettera di condoglianze ai genitori della disinvolta (e poco scaramantica) adolescente.
Poco da fare, la classe non è acqua.
Dicesi quindi "faccia da nonno" quell'espressione facciale di circostanza che dovrebbe rappresentare un mix di cordoglio, sgomento e preoccupazione ma su cui, una host mum mediamente accorta, non fatica a leggere tutti i micro-segnali che indicano menzogna e paura di essere scoperti.
Mi dispongo quindi ad ascoltare il racconto della straziante agonia del vecchierello e di come le sue sofferenze potranno essere alleviate dalla presenza della adorata nipotina al suo capezzale.
La ragazza sprizza lacrime a doccia come un cartone animato giapponese anni ottanta e comincia a dirmi, con espressione mesta, che ha ricevuto una telefonata urgente da casa.
Mi vengono in mente le sagge parole della mia amica Lapsic: "Ogni volta che un'au pair parte alla volta dell'Italia, dall'altra parte del mondo muore un nonno".
Decido quindi di prendere in mano la situazione salvando la vita al (probabilmente) ignaro e attempato signore. Apro quindi la schermata del computer e mostro alla nostra quasi ex collaboratrice la pagina della sua iscrizione al sito di collocamento au pair dove dettaglia molto bene la sua ricerca di una nuova famiglia. Le concedo due o tre giorni per trovare i suoi nuovi, fortunatissimi host parents e vado a finire di preparare pranzo.
All'arrivo dell'ispettor Emme un nuovo dubbio amletico scuote tutti i presenti. La quasi ex Numero Dieci va chiamata per pranzo? Ignorata? Bisognerà lasciarle qualcosa in frigo? Mandare Leli con un piattino caldo in camera sua?
Fortunatamente ci pensa lei a toglierci dall'imbarazzo: scende con i suoi due bei valigioni e chiede che le venga immediatamente chiamato un taxi per raggiungere l'aeroporto. La accontentiamo prontamente, dopo mezz'ora la vediamo partire e possiamo scrivere la parola fine a questa breve ma intensa avventura.
Allora...è ripartita la Numero Dieci!
Parrebbe la normale parabola di una qualsiasi au pair...ma attenzione! Ho l'onore di annunciarvi che siamo di fronte a un record mondiale! Un primato degno di essere omologato negli annali della storia delle host mum.
Vediamo come sono andate le cose.
Giovedì 11 settembre definisco gli ultimi accordi con la Numero Dieci, au pair inglese.
Fissiamo l'appuntamento all'aeroporto, le fornisco il mio cellulare in caso di emergenza , la ragguaglio sul clima italiano e la intervisto sulle sue eventuali allergie ed idiosincrasie alimentari.
Sul fronte domestico drappeggio lenzuola profumate nel suo letto, dispongo cioccolatini nella ciotolina di cristallo sul suo cassettone, lavo i pavimenti con detergente alla lavanda, provvedo asciugamani ed accappatoio intonsi e profumati di sciacquamorbido e bagnoschiuma con plurimi aromi nel suo bagno.
Prendo accordi con mio padre perché intrattenga la frangia più giovane (e rompiscatole) del trittico, in modo da accogliere l'attesissima au pair in un clima zen di pace e convivialità.
Il trittico, neanche eccessivamente sollecitato, prepara un bellissimo cartellone di benvenuto dove, su sfondo giallo paglierino e bordo istoriato a dinosauri, spicca in rosso il nostro più sentito welcome.
La casa trabocca di materiale didattico; il viaggio in Irlanda ci ha fruttato un metro cubo di libri, quaderni operativi, flash cards, stickers e DVD.
Insomma, mi pare di non aver trascurato niente.
Venerdì 12 settembre, alle ore undici spaccate io e Leli (la più presentabile dei miei figli) attendiamo impazienti dinnanzi all'uscita dei voli internazionali.
Alle dodici finalmente la fanciulla esce e sorride vedendo il cartellone recante il suo nome. Ci salutiamo cordialmente, mi carico di una parte del suo bagaglio e ci appropinquiamo al parcheggio. Incredibilmente avevo trovato posto nell'area più comoda, altrettanto incredibilmente non avevo scordato la necessaria dotazione di spiccioli per poter uscire, in tempo ragionevolmente utile, dal succitato parcheggio.
Vabbè, come il 99% delle volte mi perdo, imbocco l'uscita sbagliata dell'aeroporto e vago per le amene valli di Lanzo per un'oretta abbondante.
Direi però che, tutto sommato, la cosa possa essere rubricata sotto "aneddotica senza importanza!
Durante il viaggio illustro alla Number Ten le regole di casa nostra e fantastico di tutte le meravigliose attività che potrà intraprendere con i bimbastri.
Arriviamo a casa e veniamo travolte dai boys e dalla loro irruenza.. La vedo molto intimidita ma so che spesso il primo impatto è difficile e non ci faccio eccessivamente caso.
Dopo il pranzo la ventunenne, che dovrebbe portare decoro e conoscenze linguistiche alla nostra famiglia, si ritira nei suoi alloggiamenti e non ne riemerge più.
Alle 19.30 la chiamiamo per la cena. Sopraggiunge intanto il Pan che la saluta (per i suoi standard molto calorosamente) e le pone qualche generica domanda.
La cena è un compendio di ciò che i miei tre figli possono combinare. Leli è lagnosa, Vic più bizzarro del solito e JF rumorosamente insopportabile. Come tutti i plurimi genitori siamo abbruttiti ed assuefatti ma, al decimo maialesco grugnito del terzogenito, pure il Pan perde la pazienza e pianta un urlo.
Siamo alla decima au pair, quindi ormai avvezzi ad ogni sorta di esternazione, ma rimaniamo comunque di stucco, la Number Ten piange lacrime copiose, ci guarda sconsolata ed esplode in un (devo dire non immotivato) "You are so loud!
Ehm in effetti si, cara. Certo che se volevi silenzi rilassanti, imperturbabile tranquillità, quiete adamantina, pace duratura, sei capitata decisamente nel posto sbagliato.
Spossati dalla cena e dalle intemperanze di JF andiamo tutti a dormire.
Il giorno seguente decido di impegnarmi per metterla a suo agio approfittando della giornata prefestiva. Ho visto su Facebook che, per problemi di organizzazione del viaggio, la notte precedente alla partenza non aveva dormito e quindi imputo a questa circostanza il momento di crisi.
Mi adopero quindi per un approccio soft. La porto all'ipermercato in cerca del materiale scolastico per i bimbastri in compagnia di Leli. In effetti mi pare che il rapporto tra le due stia timidamente decollando (certo non è una grande oratrice) e mi convinco di aver fatto la scelta corretta. Dopo pranzo (e a proposito, costei non mangia carne di vitello, carne tritata di nessun tipo, frutti di mare, funghi e formaggio), invito Leli ad accompagnarla in un giro panoramico per la nostra cittadina. Rincasano dopo quassi tre ore, entrambe sorridenti, e mi persuado di aver avuto ragione nel rispettare i suoi ritmi.
Il sabato è, per inciso, anche il giorno del mio compleanno e il Pan ed io usciamo in serata, per festeggiare. Per un momento siamo anche tentati di trascinarcela dietro ma poi soprassediamo (e sarà l'unico elemento che ci conforterà nei giorni successivi).
Durante la cena vengo raggiunta da un messaggio di un'energica host mum (detta l'ispettor Emme per il suo indubbio acume investigativo).
La mia amica mi invita a prendere visione di un post, pubblicato da pochi minuti, sulla pagina delle host mum. Non ho un piccì a disposizione ma mangio immediatamente la foglia e chiedo se vi sia qualche sentore che la Numero Dieci voglia darci il benservito.
La mia amica non può che confermarmi che il sospetto è fortissimo. In effetti arrivata a casa rilevo che un'au pair, con il medesimo nome di battesimo della mia, al suo SECONDO giorno in Italia, desidera spaziare verso nuovi lidi per manifesta incompatibilità con la famiglia. Scrivo alla la host mum contattata e lei mi rivela che, la numero Dieci, alle ore sette della sera precedente (quindi prima di cena) aveva espresso il suo malcontento rilevando che i boys litigavano continuamente e l'host dad (l'ignaro Pan, ancora saldamente ancorato alla sua scrivania a dieci km da casa) non le rivolgeva la parola.
Ormai è tardi quindi rimando le spiegazioni al giorno successivo. Onestamente ritengo di aver già avuto fin troppa pazienza e, vista anche la silenziosità della ragazza, (peccato mortale per un'au pair) penso che mi priverò del suo apporto senza eccessivi rimpianti.
Sulla pagina delle host families intanto esplodono biasimo e solidarietà. Il giorno successivo ospiteremo a pranzo proprio l'ispettor Emme e la di lei famiglia (cinque pure loro) e un vulcanico host dad siciliano ci invita a fare karaoke, concerti con pentole e coperchi, organizzare un partitone gigante a fazzoletto con gli infanti, dibattere con i vicini juventini del prossimo campionato, far sedere allo stesso tavolo un renziano e un grillino, ospitare nel nostro cortile un bel confronto sulla Tav, insomma a industriarci per far definitivamente saltare i nervi alla labile inglesina.
Nonostante la delusione devo dire che l'ilarità predomina, l'idea di aver battuto il record nella specialità "permanenza dell'au pair" mi solletica non poco.
La domenica mi alzo presto (ehm per i miei parametri) per preparare le saporite vivande che rallegreranno il nostro desco (una torta salata e bruschette, il Pan griglierà un brontosauro) e vengo immediatamente affiancata dalla Numero Dieci.
Ecco, solo osservandola mi accorgo che ha la tipica faccia da nonno.
Qui devo fare un passo indietro. Quando un'au pair, per svariati e non sempre contestabili motivi, vuole finire anzitempo la sua esperienza, una delle scuse statisticamente più usate è quella della malattia o, nei casi più drastici, la morte di un congiunto. Sempre statisticamente parlando, uno dei parenti più a rischio risulta essere proprio il nonno.
L'ispettor Emme stessa ne ha avuta una che, dopo essersi presentata in lacrime piangendo la dipartita dell'avo, è stata monitorata sulla sua pagina Facebook dove risultava, invece che in gramaglie alle esequie del defunto, pimpante e reattiva in quel di Venezia. L'ispettor Emme, mamma di squisita ospitalità ma di raffinata perfidia, senza fare un plissé inviò una commoventissima lettera di condoglianze ai genitori della disinvolta (e poco scaramantica) adolescente.
Poco da fare, la classe non è acqua.
Dicesi quindi "faccia da nonno" quell'espressione facciale di circostanza che dovrebbe rappresentare un mix di cordoglio, sgomento e preoccupazione ma su cui, una host mum mediamente accorta, non fatica a leggere tutti i micro-segnali che indicano menzogna e paura di essere scoperti.
Mi dispongo quindi ad ascoltare il racconto della straziante agonia del vecchierello e di come le sue sofferenze potranno essere alleviate dalla presenza della adorata nipotina al suo capezzale.
La ragazza sprizza lacrime a doccia come un cartone animato giapponese anni ottanta e comincia a dirmi, con espressione mesta, che ha ricevuto una telefonata urgente da casa.
Mi vengono in mente le sagge parole della mia amica Lapsic: "Ogni volta che un'au pair parte alla volta dell'Italia, dall'altra parte del mondo muore un nonno".
Decido quindi di prendere in mano la situazione salvando la vita al (probabilmente) ignaro e attempato signore. Apro quindi la schermata del computer e mostro alla nostra quasi ex collaboratrice la pagina della sua iscrizione al sito di collocamento au pair dove dettaglia molto bene la sua ricerca di una nuova famiglia. Le concedo due o tre giorni per trovare i suoi nuovi, fortunatissimi host parents e vado a finire di preparare pranzo.
All'arrivo dell'ispettor Emme un nuovo dubbio amletico scuote tutti i presenti. La quasi ex Numero Dieci va chiamata per pranzo? Ignorata? Bisognerà lasciarle qualcosa in frigo? Mandare Leli con un piattino caldo in camera sua?
Fortunatamente ci pensa lei a toglierci dall'imbarazzo: scende con i suoi due bei valigioni e chiede che le venga immediatamente chiamato un taxi per raggiungere l'aeroporto. La accontentiamo prontamente, dopo mezz'ora la vediamo partire e possiamo scrivere la parola fine a questa breve ma intensa avventura.
domenica 17 agosto 2014
Lettura in francese.
Questa estate il Vic si è cimentato, per la prima volta, con la lettura in francese.
Io sono sempre stata dell'opinione che il meccanismo della letto scrittura vada prima appreso e consolidato in lingua madre e poi esteso ad altri codici comunicativi.
Il motivo è facilmente intuibile, la ricchezza del lessico e la perfetta conoscenza dei suoni, sono di enorme aiuto per il bambino per il riconoscimento dei fonemi prima e delle parole poi. L'italiano poi ha anche il vantaggio della trasparenza e quindi della facile memorizzazione dei gruppi sillabici.
Voglio qui togliere ogni dubbio, i miei figli non sono bilingue, men che mai trilingue e mai potranno diventarlo. Hanno ormai una buona conoscenza delle due lingue praticate e un'ottima comprensione ma niente a che vedere con la padronanza della lingua madre che è, e sempre sarà, l'italiano.
Una lingua non è solo vocabolario ma anche veicolo di emozioni e substrato culturale, cose che non possono essere mediate solo da un'au pair, per quanto valida.
In virtù di queste considerazioni ho aspettato che il Vic leggesse in modo fluido in italiano prima di proporre l'approccio con il francese e abbiamo quindi iniziato questa estate.
Anche in francese si inizia con le sillabe ma bisogna conoscere le regole di fonetica.
Mi sono allora procurata un libro di esercizi sulle sillabe: "Mon grand cahier des syllabes" Edizioni Beaumont. Si tratta di un classico eserciziario dove i diversi fonemi sono inseriti in parole e brevi frasi. Il bambino deve riconoscere, leggere e ricopiare. Il lavoro è indubbiamente noioso ma essenziale per una buona acquisizione delle regole di pronuncia.
Il Vic ha iniziato il libro con la Numero Nove e lo sta finendo di completare ora.
Eccolo, ripreso nell'adempimento dei suoi compiti, con l'allegria dello schiavo alla galera.
Io sono sempre stata dell'opinione che il meccanismo della letto scrittura vada prima appreso e consolidato in lingua madre e poi esteso ad altri codici comunicativi.
Il motivo è facilmente intuibile, la ricchezza del lessico e la perfetta conoscenza dei suoni, sono di enorme aiuto per il bambino per il riconoscimento dei fonemi prima e delle parole poi. L'italiano poi ha anche il vantaggio della trasparenza e quindi della facile memorizzazione dei gruppi sillabici.
Voglio qui togliere ogni dubbio, i miei figli non sono bilingue, men che mai trilingue e mai potranno diventarlo. Hanno ormai una buona conoscenza delle due lingue praticate e un'ottima comprensione ma niente a che vedere con la padronanza della lingua madre che è, e sempre sarà, l'italiano.
Una lingua non è solo vocabolario ma anche veicolo di emozioni e substrato culturale, cose che non possono essere mediate solo da un'au pair, per quanto valida.
In virtù di queste considerazioni ho aspettato che il Vic leggesse in modo fluido in italiano prima di proporre l'approccio con il francese e abbiamo quindi iniziato questa estate.
Anche in francese si inizia con le sillabe ma bisogna conoscere le regole di fonetica.
Mi sono allora procurata un libro di esercizi sulle sillabe: "Mon grand cahier des syllabes" Edizioni Beaumont. Si tratta di un classico eserciziario dove i diversi fonemi sono inseriti in parole e brevi frasi. Il bambino deve riconoscere, leggere e ricopiare. Il lavoro è indubbiamente noioso ma essenziale per una buona acquisizione delle regole di pronuncia.
Il Vic ha iniziato il libro con la Numero Nove e lo sta finendo di completare ora.
Eccolo, ripreso nell'adempimento dei suoi compiti, con l'allegria dello schiavo alla galera.
Altro mito da sfatare, l'apprendimento non può essere solo facile, piacevole e spontaneo. Per avere risultati ci vuole molta applicazione. Inspiration and perspiration insomma.
Me ne sto accorgendo appieno con il mio granitico secondogenito, molto meno propenso della sorella ad accollarsi compiti aggiuntivi oltre a quelli istituzionali delle vacanze.
So che un giorno me la farà pagare, probabilmente abbandonandomi in un qualche ospizio di una landa inospitale e, soprattutto, di lingua a me sconosciuta.
Per consolidare le acquisizioni, senza tormentare ulteriormente la progenie, in occasione del compleanno del Vic, oltre alla tonnellata di playmobil d'ordinanza, abbiamo anche comperato un gioco didattico con cui dovremmo allietare le lunghe e assolate ore oziose.
Dico dovremmo perché il biondino, solo a vedere la scatola, va in deliquio. Meno male che ci sono i suoi fratelli che lo sfruttano.
I miei figli chiaramente rifuggono la versione tradizionale del gioco in cui si estraggono ordinatamente le tesserine per cercare, con calma e pazienza, i giusti abbinamenti. Ecco, loro prediligono un approccio un tantinello più dinamico.
In estrema sintesi rovesciano il tutto sul tavolo,urlano a gran voce i nomi e si contendono i pezzi a mazzate. Va detto però che si insultano in francese.venerdì 8 agosto 2014
Sei agosto.
Ieri abbiamo festeggiato il compleanno del Vic.
Anche quest'anno non ho mancato di rallegrarmi per la lunga serie di congiunture che hanno permesso che avessi non uno ma due figli di agosto.
Nessuno stress, pochi preparativi.
Manco mi sono sforzata di elaborare una qualche attività ludico-ricreativa, i nostri amici milanesi hanno proposto un pic nic notturno sulla spiaggia e la Gamelli family ha entusiasticamente aderito. Ecco, a ben guardare, nessun rinfresco, ciascheduno si è portato la sua spettanza di sandwich.
Però la torta l'abbiamo comprata eh ( addirittura due) e l'abbiamo pure corredata con una bella candelina a forma di sette.
I bambini si sono animati da soli, hanno fatto un bagno notturno, svariate partite a...boh, qualcosa con la palla, innumerevoli sessioni di ruote e capovolte e, per finire, hanno ricreato un vulcano (bruciandoci dentro tutti i tovagliolini usati per la cena).
Insomma, un compleanno economico e con pochi scarti.
La spiaggia era affollatissima, condividevamo l'arenile con due famiglie francesi e con un'imprecisata quantità di ragazzini di una colonia.
Qui mi tocca segnalare quanto siano più easy i francesi, rispetto a noi, su tutte le norme di sicurezza.
Antefatto, i giovincelli erano una quarantina, apparentemente dagli otto ai dodici anni, ed erano affidati alle amorevoli cure di ben due animatori (il cui diciottesimo compleanno non si perdeva certo nella notte dei tempi).
L'allegra combriccola è stata satollata ad uova sode già sgusciate, pescate da un enorme sacchettone trasparente. Tocco igienico, ogni fanciullo pinzava la sua dopo un'oretta di giochi forsennati sulla sabbia e senza minimamente porsi il problema di un eventuale lavaggio di mani.
Alla fine del lauto pasto gli animatori hanno realizzato un recinto con delle corde in acqua e hanno dato il via a una bizzarra attività che pareva veramente avere come unico scopo l'eliminazione fisica dei soggetti in carico.
I quaranta infelici, schierati in dieci metri scarsi in doppia fila, al via degli accompagnatori, dovevano lanciarsi in acqua e raggiungere, parte a nuoto, parte correndo, la cima del recinto. I bimbi più piccoli venivano sistematicamente travolti tra le urla di giubilo dei grandi e le risatine sadiche degli animatori.
Ho subito pensato ai miei trascorsi di educatrice, quando ogni attività doveva essere minuziosamente studiata, organizzata, inserita in un contesto per essere comunque sempre oggetto di critiche da parte di almeno un genitori e mi immaginavo un bel bagnetto notturno alla baraonda (senza asciugamani in vista tra l'altro.)
A mezzanotte siamo venuti via mentre il gioco era ancora nel suo pieno svolgimento, per cui ignoro i tassi di sopravvivenza.Il Vic comunque si è divertito molto e ha detto che era il compleanno più bello della sua vita (quasi quasi il prossimo anno lo iscrivo a un bel campo estivo en français).
Anche quest'anno non ho mancato di rallegrarmi per la lunga serie di congiunture che hanno permesso che avessi non uno ma due figli di agosto.
Nessuno stress, pochi preparativi.
Manco mi sono sforzata di elaborare una qualche attività ludico-ricreativa, i nostri amici milanesi hanno proposto un pic nic notturno sulla spiaggia e la Gamelli family ha entusiasticamente aderito. Ecco, a ben guardare, nessun rinfresco, ciascheduno si è portato la sua spettanza di sandwich.
Però la torta l'abbiamo comprata eh ( addirittura due) e l'abbiamo pure corredata con una bella candelina a forma di sette.
I bambini si sono animati da soli, hanno fatto un bagno notturno, svariate partite a...boh, qualcosa con la palla, innumerevoli sessioni di ruote e capovolte e, per finire, hanno ricreato un vulcano (bruciandoci dentro tutti i tovagliolini usati per la cena).
Insomma, un compleanno economico e con pochi scarti.
La spiaggia era affollatissima, condividevamo l'arenile con due famiglie francesi e con un'imprecisata quantità di ragazzini di una colonia.
Qui mi tocca segnalare quanto siano più easy i francesi, rispetto a noi, su tutte le norme di sicurezza.
Antefatto, i giovincelli erano una quarantina, apparentemente dagli otto ai dodici anni, ed erano affidati alle amorevoli cure di ben due animatori (il cui diciottesimo compleanno non si perdeva certo nella notte dei tempi).
L'allegra combriccola è stata satollata ad uova sode già sgusciate, pescate da un enorme sacchettone trasparente. Tocco igienico, ogni fanciullo pinzava la sua dopo un'oretta di giochi forsennati sulla sabbia e senza minimamente porsi il problema di un eventuale lavaggio di mani.
Alla fine del lauto pasto gli animatori hanno realizzato un recinto con delle corde in acqua e hanno dato il via a una bizzarra attività che pareva veramente avere come unico scopo l'eliminazione fisica dei soggetti in carico.
I quaranta infelici, schierati in dieci metri scarsi in doppia fila, al via degli accompagnatori, dovevano lanciarsi in acqua e raggiungere, parte a nuoto, parte correndo, la cima del recinto. I bimbi più piccoli venivano sistematicamente travolti tra le urla di giubilo dei grandi e le risatine sadiche degli animatori.
Ho subito pensato ai miei trascorsi di educatrice, quando ogni attività doveva essere minuziosamente studiata, organizzata, inserita in un contesto per essere comunque sempre oggetto di critiche da parte di almeno un genitori e mi immaginavo un bel bagnetto notturno alla baraonda (senza asciugamani in vista tra l'altro.)
A mezzanotte siamo venuti via mentre il gioco era ancora nel suo pieno svolgimento, per cui ignoro i tassi di sopravvivenza.Il Vic comunque si è divertito molto e ha detto che era il compleanno più bello della sua vita (quasi quasi il prossimo anno lo iscrivo a un bel campo estivo en français).
mercoledì 30 luglio 2014
Ireland.
Il 13 giugno 2014 (giorno del nostro decimo anniversario di matrimonio)Leli e il Pan sono dunque partiti alla volta di Dublino.
Appena arrivati sono subito stati coinvolti in un giro di feste di compleanno (gli irlandesi sono noti per l'estensione delle famiglie, ho sentito per anni la Bri lamentarsi per essere cresciuta in una minuscola famiglia, solo due fratelli).
Pure il Pan, l'uomo meno incline alla convivialità dell'Universo, ha dovuto ammettere che gli irlandesi sono molto simpatici e ha disperatamente cercato di accaparrarsi qualche giovane elemento come futuro au pair ma ha fallito miseramente.
La ex bimbastra si è subito ambientata molto bene, già in serata scherzava e cantava con la sua nuova sister. Con Bri invece non si sbilanciava molto e rispondeva solo "Yes", "No", "I don't mind".
La sera successiva tutti in casa per il debutto dell'Italia ai mondiali e CLAMOROSO! Il Pan ha l'impressione che in famiglia si tifi Inghilterra.
Ohibò, avrà sbagliato casa? Paese? In passato ho visto la Bri tifare financo Arabia Saudita piuttosto che i vicini isolani, sarebbe una roba così contro natura, da non credere,tipo vedere un tifoso del Torino che si rallegra per uno scudetto dell'altra squadra (giusto per chiarire l'entità della cosa).
Vengo subito rassicurata dalla Bri che, a domanda diretta, mi posta su Facebook un subitaneo e chiarificatore "Are you mad?"
Ok, gli irlandesi sono ancora quelli di una volta.
Il Pan è poi ripartito il 15 per lasciare che la preadolescente si immergesse appieno nell'irish life.
Avevamo concordato che la bimbastra frequentasse la scuola, nella stessa classe di Ellie.
La St Mary National school di Garristown ha accolto quindi, con nessuna storia e pochissima burocrazia, Leli per due settimane.
La semplicità della cosa mi ha veramente impressionato (positivamente, ovvio). È bastato compilare un'agile scheda di presentazione e..stop! In Italia avrei dovuto vergare con il sangue qualche centinaio di suppliche in carta bollata (beninteso in triplice copia).
Lascio ora la parola a Leli per la descrizione del vissuto scolastico (come vedrete la rampolla ha ereditato le doti di sintesi di mammà.)
"Il primo giorno siamo andati in una sala dove era radunata tutta la scuola. Il direttore mi ha presentata a insegnanti e allievi e mi ha detto che sarei andata nella third class.
IIl mio maestro era molto simpatico, sportivo e con la cresta. Aveva venti-trent'anni. Indossava jeans a vita bassa e magliette. Mi pare che in Italia non ci siano maestri così giovani, i miei insegnanti sono sempre stati vecchiotti (so che il corpo docenti di mia figlia in questo momento ringrazia al completo, ma non posso zittire la bocca dell'innocenza).
Andavamo a scuola dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 15.00.
Ci alzavamo alle 8.00 per prepararci e fare colazione.
Per la scuola dovevamo indossare la divisa: pantaloni blu, polo azzurra e felpa blu con lo stemma della scuola. La mia divisa era di Rachel, una delle tante nipoti di Bri.
In classe facevamo lezione fino alle 11.00, poi c'era l'intervallo dove mangiavamo il pranzo in scatola. Io ero molto stupita che non ci fosse la mensa.
Avevamo venti minuti per consumare metà pranzo, poi riprendevano le lezioni e dovevamo finire i nostri lavori. Dalle 12.00 alla 1.00 avevamo un intervallo più lungo dove finivamo il pranzo e andavamo fuori a giocare.
Dopo l'intervallo facevamo sport:tennis, ginnastica, giochi con la palla. Mi piacerebbe se anche da noi ci fosse ginnastica tutti i giorni.
Dopo avevamo ancora un'ora di lezione e poi a casa.
In Irlanda danno pochi compiti durante la settimana e nessuno nei week end e nelle vacanze. Anche questa è un'abitudine che mi piacerebbe trovare in Italia.
A casa giocavo tutto il pomeriggio con le mie amiche e i loro cugini.
Questa esperienza mi è piaciuta molto, ho incontrato un sacco di gente gentile e simpatica e ho imparato a fare i loom bands.
Il prossimo anno vorrei tornarci e vorrei che Ellie venisse a trovarmi per l'estate."
Appena arrivati sono subito stati coinvolti in un giro di feste di compleanno (gli irlandesi sono noti per l'estensione delle famiglie, ho sentito per anni la Bri lamentarsi per essere cresciuta in una minuscola famiglia, solo due fratelli).
Pure il Pan, l'uomo meno incline alla convivialità dell'Universo, ha dovuto ammettere che gli irlandesi sono molto simpatici e ha disperatamente cercato di accaparrarsi qualche giovane elemento come futuro au pair ma ha fallito miseramente.
La ex bimbastra si è subito ambientata molto bene, già in serata scherzava e cantava con la sua nuova sister. Con Bri invece non si sbilanciava molto e rispondeva solo "Yes", "No", "I don't mind".
La sera successiva tutti in casa per il debutto dell'Italia ai mondiali e CLAMOROSO! Il Pan ha l'impressione che in famiglia si tifi Inghilterra.
Ohibò, avrà sbagliato casa? Paese? In passato ho visto la Bri tifare financo Arabia Saudita piuttosto che i vicini isolani, sarebbe una roba così contro natura, da non credere,tipo vedere un tifoso del Torino che si rallegra per uno scudetto dell'altra squadra (giusto per chiarire l'entità della cosa).
Vengo subito rassicurata dalla Bri che, a domanda diretta, mi posta su Facebook un subitaneo e chiarificatore "Are you mad?"
Ok, gli irlandesi sono ancora quelli di una volta.
Il Pan è poi ripartito il 15 per lasciare che la preadolescente si immergesse appieno nell'irish life.
Avevamo concordato che la bimbastra frequentasse la scuola, nella stessa classe di Ellie.
La St Mary National school di Garristown ha accolto quindi, con nessuna storia e pochissima burocrazia, Leli per due settimane.
La semplicità della cosa mi ha veramente impressionato (positivamente, ovvio). È bastato compilare un'agile scheda di presentazione e..stop! In Italia avrei dovuto vergare con il sangue qualche centinaio di suppliche in carta bollata (beninteso in triplice copia).
Lascio ora la parola a Leli per la descrizione del vissuto scolastico (come vedrete la rampolla ha ereditato le doti di sintesi di mammà.)
"Il primo giorno siamo andati in una sala dove era radunata tutta la scuola. Il direttore mi ha presentata a insegnanti e allievi e mi ha detto che sarei andata nella third class.
IIl mio maestro era molto simpatico, sportivo e con la cresta. Aveva venti-trent'anni. Indossava jeans a vita bassa e magliette. Mi pare che in Italia non ci siano maestri così giovani, i miei insegnanti sono sempre stati vecchiotti (so che il corpo docenti di mia figlia in questo momento ringrazia al completo, ma non posso zittire la bocca dell'innocenza).
Andavamo a scuola dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 15.00.
Ci alzavamo alle 8.00 per prepararci e fare colazione.
Per la scuola dovevamo indossare la divisa: pantaloni blu, polo azzurra e felpa blu con lo stemma della scuola. La mia divisa era di Rachel, una delle tante nipoti di Bri.
In classe facevamo lezione fino alle 11.00, poi c'era l'intervallo dove mangiavamo il pranzo in scatola. Io ero molto stupita che non ci fosse la mensa.
Avevamo venti minuti per consumare metà pranzo, poi riprendevano le lezioni e dovevamo finire i nostri lavori. Dalle 12.00 alla 1.00 avevamo un intervallo più lungo dove finivamo il pranzo e andavamo fuori a giocare.
Dopo l'intervallo facevamo sport:tennis, ginnastica, giochi con la palla. Mi piacerebbe se anche da noi ci fosse ginnastica tutti i giorni.
Dopo avevamo ancora un'ora di lezione e poi a casa.
In Irlanda danno pochi compiti durante la settimana e nessuno nei week end e nelle vacanze. Anche questa è un'abitudine che mi piacerebbe trovare in Italia.
A casa giocavo tutto il pomeriggio con le mie amiche e i loro cugini.
Questa esperienza mi è piaciuta molto, ho incontrato un sacco di gente gentile e simpatica e ho imparato a fare i loom bands.
Il prossimo anno vorrei tornarci e vorrei che Ellie venisse a trovarmi per l'estate."
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